Novità sull’assegno di mantenimento

Discutibile sentenza della Corte di Cassazione in materia di assegno di mantenimento in caso di separazione personale tra coniugi. A mio sommesso avviso tutte queste pronunce non tengono in adeguata considerazione il fatto che prima della separazione la coppia è un “unicum” che gode di autonomia decisionale in ordine alla quale l’ordinamento non entra se non in casi eccezionali. La coppia pertanto decide quale indirizzo dare alla famiglia, chi si deve dedicare al lavoro esterno e chi al lavoro domestico, come investire i rispettivi redditi, come educare i figli etc. etc.. Il principio di autoresponsabilità per quanto suggestivo è potenzialmente discriminante. In tal senso non mi sono piaciuti nemmeno i toni usati dalla Suprema Corte la quale di fatto ha sostenuto che il matrimonio non costituisce una sorte di assicurazione in caso di vita.
Si prenda per esempio il caso del marito che fa carriera, mentre la moglie, pur lavorando, rinuncia alla carriera per dedicare più tempo ai figli. A me pare che in questo caso la donna abbia pieno diritto ad una redistribuzione del reddito percepito dal marito anche dopo la separazione.
Per dirla tutta, non credo che in generale si possa equiparare il matrimonio ad una polizza vita, mentre mi pare sia sfuggito il fatto che una donna coniugata al giorno d’oggi è probabilmente molto più sotto pressione che in passato. Quasi tutte le donne, infatti, lavorano ed in più svolgono molti lavori domestici oltre ad occuparsi più dei mariti dell’educazione dei figli.
Quanto alla terza via, niente assegno di mantenimento se la separazione non determina uno sconvolgimento nella vita del coniuge più debole, anche in tal caso mi sembra molto penalizzato il coniuge che guadagna di meno, che, guarda caso è normalmente ancora la moglie non solo per le rinunce dalla stessa operate, ma anche per le discriminazioni subite in un mondo del lavoro in cui le donne sono ancora pagate meno dei maschi.
In conclusione se consideriamo la famiglia come una piccola impresa, non si vede per quale ragione, dopo lo scioglimento dell’impresa, solo uno dei soci possa continuare a trarre maggior reddito grazie anche ai sacrifici che il coniuge più debole ha fatto in costanza di matrimonio. Ovviamente poi i casi vanno esaminati nella loro specificità, ma a prima vista, queste generalizzazioni della Suprema Corte non mi sembrano un passo avanti.